Fondazione FGS Facebook ad: “Favole, morale e sguardo contemporaneo”

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Ad text
Favole, morale e sguardo contemporaneo Ci sono pregiudizi che riconosciamo subito: quelli espliciti, violenti, dichiarati. E poi ce ne sono altri, più difficili da smascherare: quelli che non si presentano come ostilità, ma come normalità. Quelli che si travestono da “buonsenso”, da “è sempre stato così”, da “si capisce subito com’è fatto”. Il pre-giudizio, infatti, non nasce soltanto dall’ignoranza. Spesso nasce da qualcosa di ancora più potente: una storia. Una storia imparata presto, ripetuta mille volte, condivisa da tutti. Una narrazione che ci precede e che comincia a lavorare dentro di noi prima ancora che l’esperienza diretta possa parlare. È questo uno dei nodi centrali di (dis)UMANIZZAZIONE – III edizione, il progetto culturale della Fondazione FGS che nel 2026 affronta il tema del pre-giudizio nelle sue forme più sottili e pervasive: non solo come “idea sbagliata”, ma come meccanismo culturale. Un modo automatico di dare senso al mondo, di classificare, di distinguere, di stabilire chi è cosa. E se il pregiudizio è un meccanismo culturale, allora dobbiamo chiederci: 👉 dove si costruisce? 👉 da quali immagini prende forma? 👉 quali narrazioni lo rendono credibile e duraturo? Una risposta possibile è: nelle favole. Le favole ci sembrano innocue, perfino educative. E lo sono, almeno in apparenza. Ma portano con sé una struttura molto precisa: un mondo diviso in ruoli, in tipi, in regole. Un mondo in cui i personaggi sono subito riconoscibili: il furbo, l’ingenuo, il potente, il debole, l’arrogante, il fragile. Le favole non si limitano a descrivere: giudicano. E nel farlo, creano un repertorio di aspettative che ci accompagna anche da adulti. Perché quelle figure non restano chiuse nella pagina: diventano modelli interiori, scorciatoie interpretative. Diventano pre-giudizi, quando smettiamo di metterli in discussione. Ed è qui che la mostra “Favole di La Fontaine” di Patrizia Comand entra con precisione nel cuore del tema 2026. Comand prende l’universo di Jean de La Fontaine e lo trasforma in una serie di opere che non “illustrano” semplicemente le favole, ma le attraversano come se fossero una lente per osservare la società contemporanea. Nei suoi dipinti, animali e figure archetipiche non sono decorazioni narrative: sono dispositivi simbolici, capaci di rendere visibili certe dinamiche umane che continuiamo a ripetere, spesso senza accorgercene. C’è qualcosa di sorprendente, in questo: storie antiche che continuano a dire la verità sul presente. Non perché offrano soluzioni, ma perché ci mettono davanti a una domanda essenziale: quanta parte del nostro sguardo è davvero nostra? E quanta parte, invece, è già stata scritta da un racconto che abbiamo ereditato? Nel percorso espositivo, la pittura di Comand diventa un vero “teatro” di segni, maschere e colori: un luogo in cui lo spettatore non è chiamato soltanto ad ammirare, ma a riconoscere. A scoprire dove si annidano certi giudizi morali. E soprattutto a capire quanto spesso il pregiudizio non sia un errore grossolano, ma una trama sottile che si insinua nell’immaginario. Perché a volte il pregiudizio non è ciò che pensiamo. È il modo in cui abbiamo imparato a raccontare il mondo. E forse, proprio da qui, può partire una possibilità: rimettere in discussione le storie che ci abitano. Non per eliminarle, ma per guardarle di nuovo. E scegliere, finalmente, con più libertà.







