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Dr. Lorenzo Scafati - Biologo Molecolare

Dr. Lorenzo Scafati - Biologo Molecolare Facebook ad: “Torna a Sentirti di Nuovo Te Stessa”

Dr. Lorenzo Scafati - Biologo Molecolare Facebook ad: Torna a Sentirti di Nuovo Te Stessa

Ran for 32 days, from August 28 to September 29, 2026, the last day Crush saw it.

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Ho trovato un quaderno nel camion di mio marito, a marzo scorso. E non gli ho mai detto di averlo visto. Guida sulle lunghe percorrenze da 31 anni. Stessa ditta da quando ne aveva 24. Stessa tratta sull'autostrada del Sole, da Bologna a Napoli e ritorno, quattro giorni fuori e tre a casa, da quando lo conosco. Si chiama Rolando. Tutti lo chiamano Lando. Io sono Marisa, ho 57 anni, e viviamo in una casetta bassa fuori paese, in provincia di Modena. Uno di quei posti dove il bar della piazza è ancora il centro del mondo e tutti sanno di chi è quel camion parcheggiato lì davanti. A ottobre facciamo 34 anni di matrimonio. Quel venerdì ero salita in cabina a sistemare, perché lui era tornato a casa con un virus intestinale e mi aveva chiesto di prendergli il thermos e la borsa frigo prima che con quel caldo andasse tutto a male. Il camion era fermo nel cortile di ghiaia, col motore acceso perché aveva lasciato l'aria condizionata per il cane, il nostro vecchio bracchetto Tobia, che quando Lando è a casa adora sedersi al posto del passeggero. Sono salita in cabina. E lì, infilato nell'aletta parasole sopra al volante, c'era un quadernetto nero con l'elastico che non avevo mai visto prima. Avrei dovuto lasciarlo dov'era. Lo so. Ma sono una moglie. E ho 57 anni. E quando stai con un uomo da 34 anni e all'improvviso lui tiene un quaderno di cui non ti ha mai parlato, tu quel quaderno lo apri. L'ho aperto. E quello che ho visto nella prima pagina mi ha gelato le mani. Era il disegno di due piedi. Fatto a mano. A penna biro. Come quelle tavole che vedi dal podologo, solo che questa l'aveva disegnata un uomo che non prendeva in mano una matita dai tempi delle medie. Ogni dito era numerato. E accanto ad alcuni dita, aveva scritto delle piccole note, con quella sua calligrafia stretta a stampatello. "Mignolo, sinistro. Addormentato da novembre." "Alluce, destro. Formicolio. Peggio di notte." "Tutte e quattro le dita piccole, piede sinistro. Ghiacciate anche d'estate." "Tallone, destro. Non capisco più se sto premendo il freno forte o piano." Sono rimasta seduta al posto di guida del camion di mio marito, con quel quaderno in grembo, e non riuscivo a respirare. Erano 14 pagine. 14 pagine di appunti, che risalivano a quasi 11 mesi prima. Quasi tutti di due o tre righe. Con la data. Ordinati. Come quando segna il gasolio e i chilometri sul registro di lavoro. Stava tenendo un diario. Un diario segreto dei suoi piedi che si spegnevano. E a me non aveva detto niente. Ho chiuso il quaderno. L'ho rimesso esattamente dov'era, con l'elastico girato nello stesso identico verso. Sono scesa dalla cabina. Sono entrata in cucina. Lando dormiva sul divano con Tobia sul petto. Mi sono fatta un caffè con le mani che non smettevano di tremare. Non ho detto una parola. Non quel giorno. Non quella settimana. Perché Rolando è l'uomo più orgoglioso che io abbia mai conosciuto. E lo sapevo: se glielo avessi buttato in faccia, si sarebbe chiuso come un riccio. Avrebbe minimizzato. Mi avrebbe detto che non era niente. E poi il lunedì mattina sarebbe risalito su quel camion e avrebbe fatto 700 chilometri con dei piedi che non sentivano i pedali. Così, invece, ho cominciato a guardarlo. E più lo guardavo, più vedevo. Il modo in cui si appoggiava al piano della cucina quando si alzava dalla colazione. Solo un attimo. Come per ritrovare l'equilibrio. Il modo in cui si toglieva gli scarponi in ingresso e poi restava seduto sulla panca un minuto in più, a massaggiarsi il dorso dei piedi coi pollici, con quella faccia vuota e controllata che fa quando nasconde il dolore. Il fatto che portasse due paia di calzini anche a luglio. Il fatto che avesse smesso di fare la passeggiata della domenica con Tobia fino al fosso e ritorno, e adesso restasse in cortile a tirargli la pallina. Non so come avessi fatto a non accorgermene. 34 anni di matrimonio, e mio marito stava sparendo in silenzio dentro il suo stesso corpo, e io ero stata talmente presa dalla mia vita — il lavoro in mensa alla scuola elementare, mia madre che si spegneva piano in casa di riposo a Carpi, il gruppo di lettura del mercoledì — che non avevo visto quello che avevo davanti agli occhi. Ero così arrabbiata con me stessa che sono andata a piangere in lavanderia, con la porta chiusa. E poi sono diventata pratica. Perché è quello che fai, quando stai con un uomo come Rolando da 34 anni. Non crolli. Fai un piano. Ho chiamato lo studio del dottor Tellini un martedì mattina, mentre Lando era in viaggio. Il dottor Tellini è il nostro medico di famiglia da 22 anni. Ha visto nascere tutti e due i nostri figli. Ha pianto al funerale di mia suocera. Gli ho spiegato tutto. Il quaderno. I piedi. La mano appoggiata al piano della cucina. È rimasto in silenzio per un pezzo. Poi ha detto: "Marisa, me lo devi portare qui. Più va avanti così senza parlarne, più diventa difficile fare qualcosa." E mi ha detto la parola per quello che Lando stava probabilmente descrivendo. Neuropatia periferica. È quando i piccoli nervi dei piedi e delle mani smettono di mandare i segnali giusti al cervello. Diventano pigri. Diventano rumorosi. Diventano muti. Diventano freddi quando non c'è nessun freddo. Ed è comunissima negli uomini che hanno fatto la vita di Rolando. Seduti 10, 12 ore al giorno. Le vibrazioni della strada che salgono dai pedali su per le gambe, per trent'anni. La glicemia sempre al limite alto della norma, perché per mezza vita ha mangiato nelle aree di servizio. Il dottor Tellini mi ha detto che i nervi non si spengono tutti insieme. Si spengono al rallentatore. E il corpo è un bugiardo paziente. Quel pomeriggio sono tornata a casa dalla scuola e sono rimasta seduta in macchina nel cortile per venti minuti prima di entrare. Perché c'è una cosa che nessuno ti dice, quando sposi un camionista. Il suo corpo è il suo lavoro. Se i piedi smettono di funzionare, la carriera finisce. E se finisce la carriera, l'uomo che ho sposato — quello così orgoglioso di mantenere la famiglia che non mi ha lasciato lavorare a tempo pieno finché il più piccolo non è andato alle medie — quell'uomo finisce insieme a lei. Non avevo solo paura per i suoi piedi. Avevo paura di chi sarebbe diventato senza quel camion. Sono entrata. Era al tavolo di cucina e mangiava un panino. Tobia ai suoi piedi. Mi sono seduta di fronte a lui e ho detto: "Lando, ho trovato il quaderno." Non ha alzato gli occhi. Ha solo smesso di masticare. Per una quindicina di secondi non si è mosso. Poi ha posato il panino. Si è coperto la faccia con quelle sue mani grandi e piene di calli. E mio marito, che in 34 anni ho visto piangere esattamente due volte — al nostro matrimonio e quando è morto suo padre — si è messo a piangere al tavolo della cucina. Ha detto: "Marisa, metà delle volte il pedale del freno non lo sento. Lo premo e vado a indovinare. Vado a indovinare quanto forte." Ha detto: "Vado a indovinare da Natale." Non ti racconterò com'è andata nelle due ore successive. Certe cose restano tra marito e moglie. Ma alla fine ci eravamo messi d'accordo su tre cose. Uno: avrebbe chiamato la ditta e chiesto solo tratte locali. Niente più notti fuori. Solo giornaliere, dentro l'Emilia e su in Veneto. Due: sarebbe andato dal dottor Tellini quel venerdì. Tre: avremmo capito insieme cosa stava succedendo nel suo corpo. E basta far finta di niente. Il dottor Tellini ha fatto fare gli esami. L'emoglobina glicata era più alta di quanto dovesse. Non diabete. Ma quel tipo di numero davanti al quale il dottore ha picchiettato la penna sulla scrivania e ha detto: "Rolando, i tuoi nervi da parecchio tempo nuotano in un brodo che non gli fa bene." La circolazione nelle gambe non era quella di un uomo di 58 anni. E i nervi stessi, all'esame di conduzione, rispondevano più lentamente di quanto il dottore volesse vedere. Ci ha dato indicazioni sullo stile di vita. Basta panini d'autogrill. Camminare di più. Vitamine del gruppo B. Ha parlato anche di un farmaco per le sensazioni ai nervi — e su quello abbiamo seguito le sue indicazioni, perché il medico resta il medico. Siamo usciti dallo studio con una cartellina piena di fogli e un viaggio di ritorno silenzioso. Lando ha guardato fuori dal finestrino per tutto il tragitto e non ha detto niente finché non siamo passati davanti ai campi dopo il ponte. Poi ha detto: "Marisa, io non voglio diventare uno di quei vecchi che strascicano i piedi. Mio padre era così. Preferirei non arrivarci." Mi si è spezzato il cuore. Così ho cominciato a leggere. Tutte le sere, dopo che lui andava a letto, mi sedevo al tavolo di cucina col computer e una tazza di tisana e leggevo fino alle undici, a mezzanotte. Ho letto sulla salute dei nervi. Sulla circolazione. Su cosa dicevano gli studi riguardo al perché le piccole fibre nervose smettono di funzionare come dovrebbero. Tanta roba mi passava sopra la testa. Io lavoro in mensa scolastica, non sono una scienziata. Ma c'era una parola che tornava, articolo dopo articolo, sempre la stessa. Radicali liberi. E accanto a lei, un'altra: stress ossidativo. Quel logorio silenzioso, sottotraccia, che non ti fa gonfiare e non ti fa venire la febbre. Quello che ronza in sottofondo per anni e piano piano, piano piano, fa funzionare un po' peggio tutte le cose piccole del corpo. I piccoli vasi che portano il sangue alle dita delle mani e dei piedi. I piccoli nervi che si ramificano fin dentro mani e piedi. Le minuscole vie di comunicazione che tengono tutto in dialogo con tutto. E poi mi sono imbattuta in un nome che non avevo mai sentito. Astaxantina. Non è una pianta di montagna. Non è una bacca esotica. È un pigmento rosso. Lo produce una microalga che si chiama Haematococcus pluvialis. Quasi chiudevo la pagina. Perché ho l'età giusta per sapere che ogni due anni salta fuori il "superalimento miracoloso" di turno. Il goji. L'açai. La bacca di non-so-cosa. Finisce che il supermercato si riempie di succhi carissimi e dopo sei mesi non ne parla più nessuno. Ma qualcosa continuava a riportarmi lì. Gli studi non erano fuffa. Non erano ragazzine in vestitino di lino su una spiaggia. Erano lavori veri, su riviste vere, di quelli che trovi negli archivi delle biblioteche mediche. E la storia di questa alga mi ha inchiodata. Questa microalga vive in piccole pozze d'acqua pulita. Quando la pozza si prosciuga, quando il sole picchia e non c'è più riparo, l'alga dovrebbe morire. Invece no. Si chiude in sé stessa e produce un pigmento rosso intenso, che la avvolge come uno scudo. E resiste. Mesi. Anche anni. Poi torna l'acqua, e lei rinasce. Quel pigmento rosso è l'astaxantina. E adesso ti spiego perché mi ha convinta, mentre gli altri antiossidanti mi avevano lasciata indifferente. Immagina che il tuo corpo sia una casa. Ogni giorno, solo per il fatto di essere viva, la tua casa produce un po' di fumo. Il fumo della cucina. Lo scarico di un motore che gira. Se la casa è ben ventilata, il fumo esce. Nessun problema. Ma se la ventilazione non tira più bene, il fumo resta dentro. Piano. Anno dopo anno. E annerisce le pareti. Appanna i vetri. Rende l'aria pesante. Quel fumo sono i radicali liberi. Quello è lo stress ossidativo. E in una persona che ha passato trent'anni seduta in un camion, con la glicemia un po' alta e la circolazione un po' pigra, quel fumo si accumula prima di tutto nelle parti più piccole e delicate. I capillari dei piedi. I nervi minuscoli delle dita. Ora, il punto è questo. La maggior parte degli antiossidanti che conosciamo — quelli dei succhi, delle compresse effervescenti, delle pastiglie da banco — sono idrosolubili. Restano nel sangue. Girano nell'acqua del corpo. Puliscono i corridoi, ma nelle stanze non entrano. Perché le cellule, e soprattutto i neuroni e le cellule nervose, sono avvolte da una membrana fatta di grassi. È una porta che l'acqua non apre. L'astaxantina invece è liposolubile. È di casa nei grassi. Entra nella membrana della cellula. Ci si infila dentro, da parte a parte, e resta lì di guardia. E neutralizza i radicali liberi dove nascono, alla fonte, dentro la cellula. Non nel corridoio. Nella stanza. Ecco perché in tutti quegli studi la chiamavano uno degli antiossidanti più potenti mai osservati in natura. Io me lo sono immaginato così: l'alga si è costruita uno scudo per sopravvivere quando l'acqua sparisce. E quello stesso scudo può fare la guardia alle nostre cellule, quando siamo noi a essere prosciugati dagli anni. Sono rimasta lì, al tavolo di cucina, alle undici e mezza di sera, e ho pensato: non può essere vero. Se un'alga facesse tutto questo, qualcuno ce l'avrebbe detto. Ce l'avrebbe detto il dottor Tellini. Poi però ho ripensato ai fogli che ci aveva dato. Erano tutti stile di vita e terapia. Non c'era una sola pagina sul supporto nutrizionale per i nervi. Non perché il dottor Tellini sia un cattivo medico. È un medico bravissimo. Ma non è quello che gli hanno insegnato a fare. Gli hanno insegnato a gestire i sintomi, non a pensare al terreno da cui i sintomi sono cresciuti. Ho continuato a leggere. E sono arrivata a un marchio che si chiama LUVAIN. Fanno l'Astaxantina LUVAIN 12 mg, in capsula molle con olio di cocco. Solo quello. Niente riempitivi, niente "miscele proprietarie" incomprensibili, niente altri 18 ingredienti a intorbidire l'acqua. Astaxantina naturale, dalla microalga Haematococcus pluvialis coltivata in acque pulite, non sintetica. E la capsula molle con l'olio di cocco non è un dettaglio da poco: siccome l'astaxantina è liposolubile, il grasso è il mezzo che la porta dentro. Senza grasso, buona parte non arriverebbe da nessuna parte. Una al giorno. Basta quella. Quello che ho apprezzato, seduta lì a mezzanotte, è che l'azienda non prometteva niente di miracoloso. Non dicevano che avrebbe sistemato i piedi di Lando. Non dicevano che avrebbe fatto tornare indietro l'orologio. Parlavano di sostenere le difese naturali del corpo. Di contribuire a proteggere le cellule dallo stress ossidativo. Di sostenere il benessere di nervi e circolazione dentro una routine sana. Era la prima cosa che leggevo in tre mesi che non mi stesse vendendo un miracolo. Ho ordinato due buste. 19,99€ l'una. E adesso arriva la parte che voglio farti capire bene, perché è la parte per cui sei mesi fa avrei alzato gli occhi al cielo. A Lando non l'ho detto. Non subito. Perché sapevo già come sarebbe andata. Avrebbe preso in mano la busta e avrebbe detto: "Marisa, questa è un'alga. Io un'alga non me la metto in corpo aspettandomi chissà cosa." E non l'avrebbe presa. E io avrei buttato via i soldi. Così ogni mattina mettevo una capsula nel suo portapillole, accanto al complesso B che gli aveva consigliato il dottore e all'olio di pesce che prende da dieci anni. L'ha presa senza fare domande. Sono passate tre settimane. Niente di clamoroso. Niente da raccontare in giro. Ma intorno alla quarta settimana ho notato che aveva smesso di mettere il secondo paio di calzini la sera. Intorno alla quinta è rientrato dal cortile e ha detto, quasi tra sé: "Oggi non mi si sono addormentati i piedi." Per poco non mi cadeva il piatto che stavo lavando. Non si era nemmeno reso conto di cosa aveva detto. L'ha detto col tono di "oggi non ha piovuto". Un'osservazione qualunque, buttata lì e già dimenticata. Ma io adesso guardavo. Io adesso stavo attenta. Intorno alla settima settimana, lui e Tobia hanno ripreso la passeggiata della domenica mattina fino al fosso. Piano, all'inizio. Poi un po' più in là. Poi il giro completo. Intorno alla nona è tornato da una giornata di consegne, si è seduto in poltrona, ha mosso le dita dentro il calzino e ha detto: "Marisa, sento il mignolo. Quello sinistro. Quel dito non lo sentivo da un anno e mezzo." Mi ha guardata come un bambino di nove anni che ha appena trovato venti euro per terra. Allora gliel'ho detto. Dell'astaxantina. Delle nottate a leggere. Della busta nell'armadietto. Ha guardato quella busta per un bel po'. Poi ha detto: "Ma guarda te." Tutto qui. Rolando non è uomo da discorsi lunghi. Ma la mattina dopo la capsula se l'è presa da solo dal portapillole. E da allora la prende ogni giorno. Sono passati circa otto mesi. Non è al cento per cento. Voglio essere onesta con te. I nervi dei suoi piedi non sono rinati dall'oggi al domani, e il dottor Tellini ci ha avvisati che forse non torneranno mai come a quarant'anni. Ma il quaderno non c'è più. Gliel'ho chiesto qualche settimana fa. Ha detto che l'ha buttato. Ha detto che non aveva più niente da segnare, perché quasi tutti i giorni i piedi non se li sente proprio — e i giorni in cui se li sente, è perché sono normali. E la normalità non vale la pena di scriverla. Guida ancora. Si è ripreso due delle tratte lunghe. Dice che i pedali li sente. Porta fuori Tobia ogni mattina prima del caffè. Dorme senza il secondo paio di calzini. Non si appoggia più al piano della cucina quando si alza. E sabato scorso ha portato nostro nipote Elia, quattro anni, in spalla per tutto il mercato del paese. Una cosa che non faceva nemmeno con i nostri figli da quando erano piccolissimi. Ho pianto davanti al banco della frutta. Rolando se n'è accorto e mi ha presa in giro per tutto il viaggio di ritorno. Certe cose non cambiano. Non ti sto scrivendo per dirti che un'alga rossa farà per tuo marito quello che ha fatto per il mio. Ti sto scrivendo perché ho passato 11 mesi senza sapere che l'uomo che amo stava male. E altri 3 mesi con la paura che non ci fosse niente da fare. E la cosa che alla fine ha spostato davvero l'ago — dopo il medico, dopo i fogli, dopo lo stile di vita — è stata una cosa di cui non avevo mai sentito parlare, di un'azienda che non conoscevo, consigliata da nessuno nella mia vita vera. Se stai guardando qualcuno che ami diventare sempre più silenzioso sul suo corpo; se hai notato le piccole cose — il secondo paio di calzini, la mano appoggiata al mobile, le passeggiate che non si fanno più, il sorriso che non arriva agli occhi quando dice "sto bene" — voglio che tu sappia che non sei matta e non stai esagerando. I corpi sono bugiardi pazienti. Nascondono quello che non va per tantissimo tempo. Ma le cose che in silenzio li stanno stancando — i radicali liberi, lo stress ossidativo, i piccoli sistemi che si scordano piano piano — quelle si possono sostenere. Non per magia. Non da un giorno all'altro. Ma sul serio. Con qualcosa di semplice come il pigmento rosso di un'alga che ha imparato a sopravvivere quando l'acqua sparisce. Noi usiamo l'Astaxantina LUVAIN 12 mg. Una capsula molle al giorno, con l'olio di cocco che la porta dove deve arrivare. 19,99€ a busta. Costa meno di quello che Rolando spendeva in una settimana di caffè in autogrill. Danno 60 giorni soddisfatti o rimborsati. Cosa che ho apprezzato, perché io lavoro in mensa, non sono una miliardaria, e i soldi non li butto in cose che non funzionano. Se la provi e il tuo corpo non risponde, la rimandi indietro e ti restituiscono tutto. Senza storie. La nostra la ordino dal loro sito. Puoi farlo anche tu, dal link qui sotto: https://luvain.it/products/astaxantina Se hai un Rolando nella tua vita, o se il Rolando nella vita di qualcun altro sei tu, forse vale la pena dargli un'occhiata. Il corpo vuole tornare a sentirsi sé stesso. A volte ha solo bisogno di una mano per far uscire il fumo. P.S. A quel quaderno ci penso ancora, ogni tanto. Quelle 14 pagine di un uomo che cercava di gestirsi tutto da solo per non spaventarmi. E continuo a pensare a quanti uomini là fuori stanno tenendo il loro quaderno. Il loro registro silenzioso delle cose che scivolano via. Se ne ami uno, parlagli questa settimana. Non la prossima. Questa. E magari, già che ci sei, lasciagli una busta di questa roba sul tavolo della cucina. P.P.S. La garanzia di 60 giorni è vera. Ho scritto una volta a [email protected] per una domanda sulla fattura e mi ha risposto una ragazza, Chiara, in poche ore, e ha continuato a scrivermi finché non è stato tutto sistemato. Con la maggior parte delle aziende, oggi, non succede più. Mi ha fatto fidare di più, non di meno. P.P.P.S. Rolando vuole che aggiunga che il suo mignolo ti saluta. Si crede spiritoso. Lo lascio credere.

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